venerdì,21 Giugno 2024

BEATRICE BOTTO

È meraviglioso avere la possibilità di conoscere personalmente gli Artisti che raccontano e trasmettono in maniera diretta i loro processi creativi, vedere fisicamente nascere un’opera o viverla attraverso la loro narrazione, lo trovo straordinario. L’arte è un viaggio introspettivo, affascinate e spesso è il risultato di anni di ricerca, fatto di sperimentazione tecniche affinate, che creano linguaggi identificativi. L’opera viene espressa attraverso segni, tecniche pittoriche, usi cromatici, inserimenti materici, disposizioni compositive, giochi prospettici e molto altro tutto utile per la creazione dell’ opera ma anche per definire la riconoscibilità artistica dell’autore stesso.

Abbiamo intervistato Beatrice Botto pittrice torinese che ha accolto la redazione di XD Magazine nel suo atelier di Pinerolo in provincia di Torino, aprendoci virtualmente le porte del suo studio. Grazie all’utilizzo di queste piattaforme Web è possibile lavorare in sinergia, con strumenti virtuali che consentono e raccontano il nostro lavoro strumenti che parlano il linguaggio del futuro di questa nuova era. Beatrice Classe 1981 diplomata presso il Liceo Artistico Renato Cottini di Torino, laureata in scenografia del cinema presso l’Accademia di Belle Arti di Torino, si occupa di pittura, illustrazione e creazioni pittoriche, svolge inoltre attività creative e di immersione spirituale strutturando corsi di colore e giochi cromatici di mandala, organizza corsi in presenza e video-corsi on line per adulti e bambini nel suo atelier. Il suo lavoro pittorico porta verso mondi sospesi, fiabeschi, toni neutri mescolati a varianti cromatiche che ricordano i colori intensi di pietre preziose, delicati inserimenti materici quali foglia oro e colori brillanti. L’illustrazione e la forma narrano immaginari di bellezza per forma e cromia creando equilibri e magia.

Da cosa nasce questa necessità di fare arte?
Hai detto bene, necessità. E’ un impulso naturale, una necessità come la fame. Per me è sempre stato così e quando raramente capita che io non riesca a ‘sfamarmi’ ho la sensazione di aver perso tempo. Non saprei dire da dove arriva, ma è energia ed io sono una mera esecutrice di un pensiero che vedo materializzarsi in un’opera definendola magia.

Quando sei nel tuo atelier di che tipo di ambiente necessiti, preferisci musica o silenzio?
L’ambiente di lavoro è molto importante, a volte ho bisogno di ordine per lavorare altre volte dipingo nel caos assoluto. Il silenzio per alcuni dipinti è necessario come per l’acquerello, mentre per la preparazione della tavolozza necessito della musica, come un rito di inizio.

Se dovessi immaginare un luogo ideale per lavorare…
Il luogo fisico può cambiare di volta in volta. Dal tavolo della cucina al pavimento dello studio, in uno spazio aperto o su un prato… quello che conta è la luce, quella è fondamentale. Mi fa stare bene in fase esecutiva e crea una magnifica combinazione con i colori sulla tela.

Che idea hai dell’arte di oggi?
Penso ad una minestra con troppi ingredienti. Tutti possono dipingere, scolpire, disegnare e questo lo trovo molto valido a livello terapeutico e personale, ma cosa sia l’arte di oggi è molto difficile per me da decifrare, forse è giusto così.

Chi ti ha ispirato nella tua carriera?
Sicuramente i miei maestri d’arte che con i loro studi alla trementina e il loro modo di essere e di vivere l’arte hanno consentito la mia formazione, persone che frequento e che negli anni sono diventate amiche. Poi mi hanno sempre ispirato i grandi del passato, conoscere la storia e il loro lavoro, le loro biografie straordinarie grazie a mostre, documentari e film mi hanno arricchito molto. E sopra ogni cosa mi ispira la vita, quello che accade quotidianamente mi affascina molto.

Lo chiediamo sempre e dobbiamo farlo anche con te: con quale artista vivo o morto trascorresti una giornata?
Solo uno? – ci risponde ridendo – ce ne sarebbero molti, vediamo… dai almeno due! Il primo è Jhon William Waterhouse, imparare da lui tecniche e accorgimenti, un vero maestro! E la seconda è Frida Kahlo, un’esplosione di colore, emozioni, parole, mi sarebbe molto piaciuto osservarla lavorare, conoscerla, parlarle.

Hai una frase che usi spesso o che ti rappresenta?
Si certo, spesso mi ripeto la frase ”lasciar andare”. Quando una cosa o una situazione non và più bene per me, mi ripeto di lasciarla andare, di non attaccarmi, non sempre ci riesco, ma almeno il tentativo di provarci mi fa sentire più leggera.

Se non avessi intrapreso la tua attività artistica cosa avresti potuto fare?
Da piccola dicevo che avrei dipinto ma anche che avrei fatto l’archeologa o la veterinaria. Oggi con l’attività pittorica quella dell’arte terapia, nome che non mi piace molto infatti preferisco chiamarla pittura istintiva ed emozionale, svolgo attività di laboratorio presso strutture private e in comunità di recupero, da 4 anni con l’istituto penitenziario minorile Ferrante Aporti di Torino. La pittura consente a queste persone di conoscere altri mondi grazie alla bellezza del colore alla leggerezza e alla cultura che genera spensieratezza, mi piace moltissimo crearla e condividerla.

Hai dovuto compiere molti sacrifici per arrivare dove sei ora?
La strada stessa è il punto di arrivo, le difficoltà ci sono state, ma sarebbe più un sacrificio aver lasciato perdere l’arte per una vita non mia. La parola “sacrificio” mi piace perché significa rendere sacro.

Puoi spiegare la tua arte.
Da sempre la figura umana mi interessa molto e proprio da qui è iniziata la mia ricerca. A volte dipingo volti, a volte bimbi accompagnati da animaletti. La tecnica che preferisco è l’acquerello per la sua trasparenza ed immediatezza. Di tanto in tanto dipingo anche ad olio, quando sento la necessità di avere colori pieni. Da un paio di anni inserisco nelle tele e negli acquerelli la foglia oro, trovo che dia molta luce. I volti spesso guardano chi guarda, oppure hanno gli occhi chiusi in segno di raccoglimento interiore. Le figure che rappresento cerco di dipingerle in modo che non siano collocabili in un tempo definito, questo mi dà molta libertà espressiva.

Una parola o una frase per descrivere la tua arte.
Così, senza pensare, mi viene “oltre”.

In cosa credi?
Credo nella semplicità.

Come ti vedi fra dieci anni?
Più consapevole e con mio marito accanto uniti nella creazione (lui è uno scultore).

Il tuo mestiere ti ha reso felice o ha reso felice altre persone?
Felice è quando riesco a concretizzare con il colore la sensazione che provo, non capita spesso! Credo che le persone con cui ho dipinto in qualche modo si siano sentite felici, o giù di li.

Come la società percepisce la tua figura professionale, come percepisci tu la società?
Il nostro mestiere racconta anche la società che non c’è, quel mondo creativo tangibile che crea ma che non si vede. Vivendo nella società cerco di prenderne il buono. La figura dell’artista si colloca in maniera differente secondo le diverse realtà. Puoi essere osannato e premiato dalla critica, oppure ignorato e non valutato. Mentre finisce di raccontare il suo punto di vista creativo ci scambiamo un sorriso in WebCam come d’intesa creativa. Lei ci fa fare un vero e proprio tour nell’atelier mostrandoci alcuni dei suoi ultimi lavori, le stesse immagini che abbiamo pubblicato in questa intervista. Meravigliati e sorpresi le chiediamo inoltre come ha organizzato il suo lavoro in questo nuovo e complicato momento storico. Svolgerò le mie attività in sicurezza secondo quando previsto per spazi e metrature, ma sicuramente on-line sarà più facile per tutti.

Ringraziamo Beatrice Botto per la sua disponibilità, per averci raccontato il suo lavoro con pazienza e propositività, nella speranza di poter visitare sempre più mostre dal vivo, augurio che trasmettiamo a tutti gli artisti.

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