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L’ECO DELLA KATUNDSHA VOCI E MEMORIE DEGLI EREDI DELLA CULTURA ARBËRESHË A GRECI

Non è un semplice borgo, è un baluardo albanofono, un frammento di mondo dove le lingue si intrecciano, la memoria resiste e la vita scorre lenta tra le pietre antiche. È nascosto tra le colline dell’Appennino irpino-dauno, nell’alta Valle del Cervaro, al confine tra Campania e Puglia. È Greci-Katundi. In questo fazzoletto di terra si parla una lingua doppia – l’italiano e l’arbëreshë –, si respira una cultura viva, tramandata incredibilmente di generazione in generazione. Per la sua particolarità storica e culturale, Greci è tutelata dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dall’art. 6 della Costituzione italiana, dalla Legge n. 482/1999 e dalla Legge Regionale n. 14/2004 “Tutela della minoranza alloglotta e del patrimonio storico, culturale e folcloristico della comunità albanofona del Comune di Greci in provincia di Avellino”. Ulteriori forme di tutela sono previste dallo Statuto della Provincia di Avellino e dallo Statuto della Comunità Montana. È l’unica minoranza etnica e linguistica in Campania.

Katundi – letteralmente “paese” o “villaggio” – è un emblema di restanza e resilienza. La località Breggo – “collina” in lingua arbëreshë – ricorda il primo insediamento del paese, caratterizzato dalle halive, le antiche abitazioni tipiche costruite con pietre a secco e tetto basso, oggi silenziose testimoni dei sogni e delle fatiche dei primi coloni.

Nonostante lo spopolamento che ha colpito molti borghi dell’entroterra, Greci preserva una vivace identità quotidiana che ritrova i suoi momenti di massima partecipazione a Pasqua e, soprattutto, in estate per la festa patronale del 25 agosto, quando gli emigrati tornano in paese, richiamati dal tradizionale Dramma di San Bartolomeo.

Per raccontare il presente di Greci abbiamo scelto di dare voci ai suoi “banorë”, ossia ai suoi abitanti. Dall’anziana che porta con sé i ricordi più preziosi, all’attivista culturale che si batte per la lingua, dagli amministratori che affrontano le sfide del futuro, fino allo studioso che ne analizza le incredibili motivazioni di sopravvivenza. Un’intervista a più voci per raccontare la forza di una colletività che resiste, un monito a non dimenticare le proprie origini e un esempio di come la memoria possa essere il più potente motore per il futuro. Da questo racconto corale emerge una convinzione profonda: oggi, per Katundi, resistere all’oblio significa innanzitutto mantenere aperte le scuole dell’obbligo.

LA STORIA
Il paese, fondato dai Greci, nella seconda metà del XV secolo fu interessato da una massiccia migrazione di popolazioni albanesi giunte a seguito di Giorgio Castriota Scanderbeg, il generale che, tra il 1461 e il 1464, aiutò Ferdinando d’Aragona nella lotta contro Giovanni d’Angiò. Il 14 agosto del 1461 nella battaglia di Orsara (Terrastrutta, località vicino Greci) Scanderbeg, con il suo valoroso esercito, contribuì alla vittoria delle truppe di Ferdinando, segnando la fine delle aspirazioni angioine al trono di Napoli. Il re Ferdinando concesse agli albanesi, come ricompensa, di restare in Italia e di popolare il piccolo borgo. Fu così che Greci divenne Katundi. Oggi nel paese vivono circa 600 abitanti. Si stima che più della metà parli attivamente l’arbëreshë, mentre gli altri lo comprendano senza usarlo quotidianamente. In pochi lo sanno scrivere.

 

 

LA MEMORIA
Giovannina Pucci, 84 anni. L’arbëreshë è la sua lingua madre.

Cosa significa per Lei appartenere alla comunità di Greci?
«Appartenere alla comunità di Greci significa restare legata alla mia terra e alle mie radici. Ho vissuto tutta la mia vita qui, lavorando sodo ogni giorno. Anche stamattina sono andata in campagna per occuparmi dell’orto. Il lavoro per me è sempre stato una virtù, un valore fondamentale che mi ha aiutata ad andare avanti e che ho trasmesso ai miei figli. Mi considero una donna autonoma e determinata: ho cresciuto da sola i miei tre figli mentre mio marito lavorava all’estero; oggi sono vedova, ma continuo a vivere con forza e dignità. Anche se il paese si è svuotato e il vicinato non è più quello di una volta, io mi sento bene qui. Quando sono lontana sento il richiamo di Greci e non vedo l’ora di tornare. Sono albanese e lo dico con fierezza. Ho tramandato la nostra lingua ai miei figli che ancora oggi la parlano, così come i miei nipoti. Se dovessi scegliere, resterei qui fino a quando la salute me lo permetterà: “Ndë Krishti do”, se Dio vuole».

 

LA RESTANZA
Bartolomeo Zoccano, già Sindaco, oggi capogruppo della minoranza nel Consiglio comunale, promotore di diverse attività culturali, nonché membro, designato dall’ANCI, del Comitato tecnico consultivo per la salvaguardia delle Minoranze linguistiche storiche.

Che ruolo devono avere le Istituzioni locali nella tutela e nella valorizzazione delle piccole comunità culturali come quella di Greci?
«Le Istituzioni locali devono essere i veri custodi e motori propulsivi della nostra identità. Considero il nostro ruolo come un vero e proprio lavoro di “archeologia” culturale: non dobbiamo limitarci a tutelare il presente, ma scavare per recuperare il lessico arcaico, i modi di dire, i canti, i costumi tipici e le tradizioni che ci rendono unici, opponendoci fermamente all’omologazione con l’albanese moderno. Dobbiamo tornare a dare un nome alle cose nella nostra lingua, la Katundsha. Dobbiamo chiamare la strada “udha”, la piazza “sheshi”, la fontana “croj” e il bosco “pygh”. Solo così il territorio torna a parlarci. La priorità assoluta è l’istruzione: l’insegnamento della nostra lingua madre deve entrare nelle aule fin dalla scuola materna. La scuola e, pertanto, la lingua e la cultura a la Katundsha, stanno scomparendo perché tanti bambini in età scolare non vengono iscritti a Greci preferendo, taluni genitori, iscriverli in plessi di Comuni vicini! È necessario, inoltre, trasformare le leggi di protezione in azioni concrete. In particolare, bisogna produrre programmi e progetti validi a valere sui fondi di cui alla Legge Regionale n.14 del 20 dicembre 2004. Va inoltre sostenuta attivamente la produzione scientifica, dalle tesi di laurea alle pubblicazioni storiche, trasformando il sapere in patrimonio condiviso. La nostra missione è resistere all’oblio valorizzando la nostra storia con un’azione politica quotidiana e militante».

 

 

LE SFIDE PER IL FUTURO
Luigi Norcia, Sindaco di Greci.

Quali sono le sfide più grandi per la vostra comunità? Quali sono le iniziative di tutela della lingua?
«A Greci la lingua arbëreshë rappresenta un importante patrimonio culturale tramandato inizialmente dalle comunità albanesi giunte in Italia nel XV secolo. Oggi la sua tutela e promozione passano attraverso diverse iniziative che ne favoriscono la conoscenza e l’utilizzo. Fondamentale è l’attività dello sportello linguistico, che promuove la lingua nella vita pubblica e unisce la cittadinanza. Un ruolo centrale è svolto dalla scuola, dove vengono realizzati percorsi di insegnamento dell’arbëreshë per trasmettere alle nuove generazioni la storia e l’identità della comunità. In aggiunta a queste attività, vengono organizzati corsi di lingua per adulti e bambini e incontri culturali con la presentazione di testi dedicati alla tradizione arbëreshë. Grande valore hanno le tradizioni religiose e popolari, come il canto della Kalimera del Venerdì Santo, insieme alle tradizioni culinarie e alla musica folkloristica, elementi che continuano a mantenere viva la lingua e l’identità della nostra comunità arbëreshë».

 

 

LA RESILIENZA
Giorgia Lauda, studiosa e ricercatrice.

Dal punto di vista storico e antropologico, quali sono gli elementi che hanno permesso a questa identità culturale di sopravvivere fino a oggi?
«Se si guarda alla storia di Greci si capisce che l’identità arbëreshë non è sopravvissuta per caso. È rimasta viva perché è rimasta dentro la vita quotidiana della comunità: nella lingua parlata in famiglia, nei rapporti tra le persone, nei gesti semplici che si tramandano nel tempo. L’arbëresh di Greci deriva dal tosco dell’Albania meridionale ed è stato trasmesso oralmente per secoli; gli studi di Martin Camaj e di Giuseppe Vitolo mostrano quanto questa parlata conservi ancora tratti molto antichi e quanto sia rimasta legata alla vita della comunità. Il caso di Greci ha anche una particolarità: mentre in molte comunità arbëreshe l’identità si è mantenuta insieme alla lingua e al rito greco-bizantino, qui il rito fu abbandonato già nel Seicento e da allora la lingua è rimasta il filo più forte della memoria collettiva. In arbëresh esiste una parola molto bella, brumë, il lievito: lavora lentamente ma fa crescere l’impasto. La storia di Greci è un po’ così. Grazie al lavoro silenzioso di tante persone della comunità questa cultura continua ancora oggi a vivere».

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LE TRADIZIONI
Nicoletta Rosalbo, 28 anni, consigliera di minoranza, blogger.

Che cosa rende speciale la tradizione pasquale di Greci e quali elementi la rendono ancora oggi viva e significativa per chi la custodisce?
«Ciò che rende speciale la tradizione pasquale grecese, è viverla ogni anno ricordando con quanto amore i nostri avi l’hanno nutrita per tramandarla fin qui. Noi eredi abbiamo custodito i preziosi tesori, primo tra tutti la “Kalimera”, canto in lingua arbëreshë che rievoca la passione di Cristo, composto da 85 strofe cantate a cappella da una solista con l’aiuto del coro che, commosso, ripete l’ultimo verso di ognuna. È la sera del Venerdì Santo, al rientro dalla processione ed in seguito all’emozionante incontro tra la Madonna e Gesù morto, che in chiesa si celebra il rito tanto sentito. La tradizione sonora non è l’unica a Greci; è bello ricordare come in passato bastava un po’ di pasta frolla a rendere felici i più piccoli, niente uova di cioccolato o sorprese elaborate. A farli sorridere di cuore, infatti, erano “Nusja” (bambola) per le bimbe e “Panari” (cestino), per i maschietti, accompagnati da uova sode con il guscio come portafortuna. Tutto questo non è solo un ricordo, perché c’è chi, come me, ancora oggi, custodisce ciò che siamo stati e saremo con la cura meticolosa di una fiamma che non si è spenta mai, ha attraversato secoli e ancora arde, viva».

 

 

L’ATTIVISMO
Concetta Lauda, insegnante e attivista culturale.

Quanto è importante mantenere vive la lingua e le tradizioni?
«Credo fermamente che tutto ciò che non si alimenta si spenga: il fuoco, le discussioni, le relazioni, i progetti. Abbiamo bisogno di un “cibo” che ci nutra e ci tenga in vita. Gli stimoli e le nuove esperienze ci aiutano a crescere e a migliorare. Appartengo a quella categoria di persone che hanno deciso di rimanere in uno dei tanti piccoli paesi del Sud Italia. Ma il mio paese è davvero diverso dagli altri, altrettanto belli, paesi dell’Irpinia. La nostra cultura possiede una ricchezza così grande da non poter permettere al tempo di dimenticarla o cancellarla. Il senso di appartenenza mi spinge a fare sempre, nelle mie possibilità, qualcosa per alimentare quella fiamma della grande fiaccola della cultura arbëreshë e soprattutto spronare chi ancora in questo non ci crede. In fondo la cultura non si conserva soltanto nei libri ma nelle persone che la praticano ogni giorno o che, almeno, tentano di farlo».

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