Nel mese delle ferie, degli attimi sospesi tra il lavoro e i luoghi del cuore, i viottoli in pietra e le antiche memorie sono pennellate di gioia su una tela sempre in divenire. È il tempo del ritorno e il tempo della restanza, intrecciati nel vortice delle feste, di sagre e racconti, di chiacchiere e calici di vino sorseggiati nelle sere più calde dell’anno. Porte e finestre intrappolate nella polvere tornano a risplendere, ad aprirsi al mondo, a quell’Irpinia che si spopola ma che resiste, nella speranza di un futuro più vivo e radioso. È il tempo in cui la memoria diventa presenza e la distanza si misura non in chilometri, ma in abbracci. Le piazze ritrovano voci che sembravano perdute. Nuove storie, nuovi accenti, nuove vite si raccolgono intorno alle festività patronali, alle tradizioni imbellettate di paglia e teatralità, ai Santi e alle Madonne, al sentimento collettivo di forte attaccamento alla propria terra.
Quest’anno il ritorno assume un significato ancora più profondo. L’Anno giubilare di San Francesco e l’Anno Gerardino, dedicato a San Gerardo, ci invitano a riscoprire il significato autentico del pellegrinaggio nel senso più profondo del termine. Un pellegrino non è soltanto chi percorre una strada lungo un itinerario religioso. È chi si mette in cammino per ritrovare una parte di sé. Tornando verso le proprie origini, l’emigrato fa una sorta di cammino, di pellegrinaggio verso i luoghi degli affetti. L’esperienza del rientro, seppur per poco tempo, si riveste di connotazioni singolari, intessute di ricordi e suggestioni personalissime. C’è chi a casa riabbraccia i propri cari, chi torna per una preghiera davanti ai sepolcri di famiglia. È un pellegrinaggio silenzioso, fatto di emozioni più che di parole. Peregrinus era lo straniero, letteralmente colui che passa attraverso i campi, fuori dal proprio territorio. Con la diffusione del Cristianesimo e la cultura medievale, il significato si è spostato dalla condizione giuridica e geografica a quella spirituale ed esistenziale. Il mutamento semantico da straniero a viandante della fede porta con sé un carico di significato importante, come il bagaglio che accompagna ogni emigrato nel cammino di ritorno alle proprie origini. Il tempo della permanenza non conta. Anche due giorni possono rallentare le lancette per sugellare bene i ricordi, come nuovi patrimoni da portare in terra “straniera”. I vicoli dell’infanzia, la fragranza del pane, il suono delle campane, il profumo dei panni stesi al vento, il vibrante passaggio delle bande musicali diventano souvenir, santini da mettere nel portafoglio. Quanti − tanti irpini − hanno serbato nel cuore il legame viscerale con la propria terra così ben descritto ne La luna e i falò di Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.»
I messaggi, attualissimi, del Santo Patrono d’Italia e del Pazzerello di Dio che alberga nel Santuario di Materdomini ci ricordano il valore della semplicità, della fraternità e la difesa delle bellezze del creato. Sono messaggi che trovano un’eco particolare nelle nostre comunità, chiamate oggi non solo ad accogliere chi ritorna, ma anche a interrogarsi sul futuro dei nostri paesi. Il ritorno estivo non può essere soltanto nostalgia, ma deve diventare occasione per immaginare un’Irpinia capace di trattenere i suoi giovani e di attrarre nuove energie.
Ogni emigrato che rientra porta con sé uno sguardo prezioso. Vede ciò che chi resta, talvolta, non riesce più a vedere: la magica bellezza dei borghi, l’intensità delle relazioni, la ricchezza delle tradizioni, la resilienza di una comunità. Forse è proprio questo il dono più grande del loro speciale “pellegrinaggio”: ricordarci quanto sia preziosa la nostra identità.

