giovedì,4 Dicembre 2025

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AREA ARCHEOLOGICA DI POMPEI, ERCOLANO E TORRE ANNUNZIATA (L’ANTICA OPLONTIS)

Quest’area è forse uno dei siti archeologici più famosi al mondo. E’ stata, infatti, dichiarata Patrimonio UNESCO già dal 1997. La sua storia parte dal IX secolo a.C. e finisce purtroppo, come tutti sanno, nel 79 d.C. a causa della terribile e catastrofica eruzione del Vesuvio.

Pompei fu fondata dagli Osci alle pendici meridionali del Vesuvio, fu da subito un centro commerciale molto importante tanto da spingere inizialmente Greci ed Etruschi, e successivamente i Sanniti, a conquistarla. A questi ultimi spetta il merito di aver ingrandito la sua cinta muraria. Ovviamente Pompei fu poi conquistata dai Romani, riuscendo ad entrare alla fine del III secolo a.C. nel circuito economico dell’Impero, esportando vino ed olio di cui era grande produttrice. Proprio in questo periodo sorsero gli edifici più importanti della città, quali il Foro rettangolare ed il Foro triangolare, il Tempio di Giove, la Casa del Fauno ed il Tempio di Iside che è una chiara testimonianza degli scambi commerciali con l’Oriente. Fu prima municipium e poi colonia divenendo la sede preferita di villeggiatura per il patriziato romano. Fu danneggiata da un sisma nel 62 d.C. ma subito il Senato dette ordine di ricostruirla e fu così, ancora in fase di ricostruzione, che Pompei venne colta dalla disastrosa eruzione del Vesuvio.
Anche se la leggenda attribuisce ad Ercole la fondazione di Ercolano, questa ebbe origini osche, come ci dice lo storico Strabone, ma poi passò agli Etruschi, ai Pelasgi e ai Sanniti, per poi essere conquistata dai romani nell’89 a.C., subendo il processo di municipalizzazione. Rispetto a Pompei, aveva dimensioni decisamente inferiori e si ipotizza che la superficie complessiva fosse di circa venti ettari, con una popolazione di circa quattromila persone. Si trattava comunque di una bella cittadina costruita su un pianoro a picco sul mare, con un teatro, un magnifico complesso termale, una bellissima palestra, una basilica monumentale e tante ville di patrizi romani che qui venivano a trascorrere periodi di riposo. Dopo la tragedia, il ricordo di questa cittadina si perse col tempo, e solo nel 1710 un contadino, nel cavare un pozzo, ritrovò frammenti di marmo pregiato che poi si capì appartenessero al teatro dell’antica città.
Oplontis o Oplonti, invece, più che una città vera e propria, era probabilmente un insediamento suburbano della vicina Pompei ed il suo nome compare per la prima volta in periodo medievale. Distava tre miglia da Pompei e sei da Ercolano e corrispondeva più o meno all’attuale territorio di Torre Annunziata. Anche in questa località vi erano ville importanti, saline e complessi termali.
Il 24 agosto (ma alcuni ritengono che fosse ottobre) del 79 d.C. le tre città furono sommerse da una colata senza precedenti, di magma, cenere e lapilli provenienti dal vicinissimo vulcano. Stessa sorte subì anche Stabia.
Almeno dieci metri di lava seppellirono le città non lasciando scampo a nessuno degli abitanti. Nessuno avrebbe potuto immaginare una cosa del genere anche perché i Romani non sapevano che il Vesuvio fosse un vulcano. Infatti, una precedente eruzione aveva ostruito la bocca del cratere facendolo apparire come una qualunque montagna. I fenomeni ebbero la durata di un giorno circa ed iniziarono verso le otto del mattino con forti boati e scosse sismiche. Poi seguì una pioggia di cenere e lapilli ed infine piombò sulle città la colonna di cenere e magma incandescente ad una velocità fortissima e ad una temperatura superiore ai mille gradi. Inutile dire, ma come tutti sanno, che non ci fu scampo per nessuno.

Tuttavia la gradualità degli eventi consentì ad un testimone d’eccezione, Plinio il Giovane, che si trovava a Miseno, di assistere a tutta l’evoluzione e a lasciare testimonianza scritta di quei tragici avvenimenti. In due lettere scritte a Tacito egli racconta lo svolgersi di quelle tragiche ore e di come perse la vita suo zio Plinio il Vecchio. Quest’ultimo, scrittore, naturalista e comandante militare, attirato dall’eccezionalità del fenomeno, volle spingersi con una piccola imbarcazione verso la zona interessata. Mentre era al largo gli giunse una richiesta di aiuto da parte di amici che si trovavano nell’area vesuviana e così si diresse verso Torre del Greco. Non riuscendovi a sbarcare fece rotta su Stabia, dove si trovava la villa dell’amico Pomponiano. Sulle navi già cadevano cenere e pezzi di pomice annerita ed infuocata. Plinio passò la notte presso la villa dell’amico ma durante la notte i fenomeni si acuirono con scosse sismiche sempre più forti e così fu tentata la fuga verso il mare. Ma probabilmente intossicato dai gas, svenne e fu abbandonato dai compagni. Il suo corpo fu poi ritrovato dopo tre giorni. Plinio il Giovane, invece, con la madre e molti altri abitanti di Miseno fortunatamente si salvarono trovando rifugio nelle campagne. Ecco perché questa eruzione è passata alla storia con il nome di eruzione pliniana, proprio in omaggio al personaggio che la osservò così da vicino, tanto da rimetterci la vita.

Tuttavia questa grande tragedia dell’antichità ha consentito adesso di avere – come si diceva – uno dei siti archeologici più famosi nel mondo. Fu alla fine del XVI secolo che si iniziarono a trovare dei reperti, resti di edifici, monete, anche se non ci si rese conto che fossero le vestigia di Pompei, in quanto l’architetto Domenico Fontana costruì un canale che attraversava la collina di Pompei per portare l’acqua del Sarno a Torre Annunziata. Una vera e propria campagna di scavi fu poi avviata da Carlo III di Borbone nel 1738. E così iniziò a venire alla luce una serie di tesori, come la Villa dei Misteri, la Casa del Fauno, la Casa dei Vettii o quella degli Amorini Dorati, a Pompei, o la famosa Villa dei Papiri, la basilica detta noniana e poi molti altri edifici, ad Ercolano. Per Oplontis, invece, possiamo citare la Villa di Poppea e la Villa di Lucius Crassius Tertius, nonché una notevole quantità di monete d’oro e d’argento, insieme a numerosi pezzi di finissima oreficeria. Un museo a cielo aperto, una vera meraviglia che man mano che procedevano i lavori, regalava tesori sempre più grandi e belli. Con il sorgere del Neoclassicismo la passione per l’archeologia si diffuse sempre più, divenendo una vera e propria moda.

Famosi i viaggi in Italia (passati alla storia come Grand Tour) di giovani benestanti e di vari personaggi del mondo culturale dell’epoca, primo fra tutti il Goethe, che non mancavano di passare da Napoli e dai Campi Flegrei per ammirare le meraviglie del mondo classico e studiare i fenomeni naturali, come le attività vulcaniche.
Si continuò a scavare anche durante il Decennio francese, sotto Bonaparte e Murat e con il regno d’Italia gli scavi furono sistematici, sotto la direzione di Giuseppe Fiorelli. Si iniziarono ad effettuare le colature di gesso nei vuoti del terreno lasciati dai corpi ormai consumati delle vittime, ottenendo i suggestivi calchi che tuttora si possono ammirare e che lasciano comprendere perfettamente il dramma degli abitanti di queste città in quel terribile giorno. Con il perfezionarsi delle tecniche di scavo e di restauro, con il notissimo archeologo Amedeo Maiuri, si preferì maggiormente consolidare i reperti ritrovati, bloccare il degrado e salvare quanti più affreschi possibile, che sempre più numerosi venivano alla luce.
E così Pompei e tutta la zona archeologica continua a sorprenderci ancora adesso con ritrovamenti sempre più interessanti. E’ della fine di febbraio 2019, infatti, la notizia di un importantissimo ritrovamento effettuato nella zona di Civita Giuliana, a nord di Pompei, durante lo scavo di una villa suburbana. Un grande carro da parata a quattro ruote, unico, mai rinvenuto in Italia, molto ben conservato. Completo di elementi in ferro, con finissime decorazioni in bronzo e stagno, resti lignei, impronte di corde e di elementi decorativi vegetali, è stato ritrovato sotto il porticato della villa dove già nel 2018 erano stati scoperti i resti di tre cavalli, di cui uno bardato. Il ritrovamento è ovviamente ritenuto di eccezionale rilevanza. Così come anche più recentemente, è venuta alla luce una tomba monumentale, con un rilievo raffigurante una coppia di sposi, e anche i resti di due individui insieme a monete e gioielli. Recentissimo il ritrovamento di una megalografia, ovvero un’ampia decorazione pittorica, dedicata al culto di Dioniso, lungo le pareti di un grande triclinio nella Casa del Tìaso a Pompei.

Grandi soddisfazioni riceveremo in futuro da questo sito Patrimonio UNESCO, che cela ancora moltissimi tesori che solo in parte sono stati portati alla luce, vanto della nostra bella regione che conta ben dodici elementi riconosciuti quali Patrimonio dell’Umanità, tra materiali ed immateriali.

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