Siamo senza speranza o ce ne è ancora? E’ un dilemma antico come il mondo, ma sempre di grande, e scandalosa, attualità. L’estate che ci lasciamo alle spalle ha archiviato con sé le speranze tipiche della adolescenza e della gioventù. Le speranze dei primi amori, dei primi viaggi senza mamma e papà, dei primi cambiamenti e dei progetti per il futuro. La vita, a ogni sua stagione, è protesa alla speranza, e a nuove speranze. E’ un trampolino verso l’ignoto che affascina l’umanità sin dalla sua comparsa sulla Terra. Coltivare la speranza (aspettativa) di vita (life expectancy, concetto importato tra il Settecento e l’Ottocento dalla ricerca anglosassone) è coltivare, oggi come mai, pure la speranza di gioia. Se per la prima ci sono le statistiche e gli studi demografici per la seconda, al contrario, ci sono ancora parecchi tabù da sfatare e indagini da approfondire. La speranza di vita è racchiusa in tre elementi – chiave: patrimonio genetico, fattori ambientali, comportamenti individuali. Quella di gioia, invece, non è stata ancora catalogata. Tutto è lasciato alla fantasia, e alla iniziativa personale. Se la prima non dipende quasi mai da noi, la seconda può dipendere soprattutto da noi, dal nostro approccio alla vita, alla realtà, agli altri, agli eventi. Ecco perché, alla ansia quantitativa della speranza di vita (intesa sempre come aspettativa) si è accostato, specie negli ultimi tempi, un ragionamento qualitativo legato alla longevità. Si vive di più, ma non si vive sempre meglio. Alla pienezza di vita (in inglese si parla di joy span) si affianca il concetto, sempre di derivazione anglosassone, della ‘life span’, ossia la lunghezza di vita, possibilmente in buona salute (health span). Per favorire allora queste condizioni, secondo alcuni studiosi americani, dovremmo muoverci lungo quattro diagonali, definite non ‘negoziabili’, puntando così a: 1) crescere restando curiosi e desiderosi di imparare, 2) adattarci ai cambiamenti anziché scansarli, 3) donare agli altri tempo competenze attenzione senza pretendere di ricevere sempre qualcosa in cambio, 4) coltivare relazioni e connessioni, domandare e ascoltare. Da una generica ‘speranza di vita’ a una caparbia ‘speranza di gioia’ il passo dovrebbe essere breve, e pure agevole. Fioriture tardive, si direbbe, quando la stagione sembrava ormai finita. E’ questo il nocciolo di una filosofia occidentale nuova, rigenerata, e per certi versi rivoluzionaria. Una filosofia comunque figlia dei tempi, nata, giustappunto, in un’epoca travagliata e segnata su più fronti da bombardamenti (da quelli mediatici e social a quelli che purtroppo sono tristemente reali e non figurati sugli scenari bellici mondiali) e cambi di passo troppo repentini e inattesi. In questa propensione sono essenziali le parole, soprattutto se usate bene e a fin di bene. Tutti chiediamo qualcosa di più, qualcosa che ci manca. E spesso pensiamo sia la ‘felicità’, sempre invocata e agognata, come fosse una magia, un toccasana, un rito, un mantra. Invece, è il senso che ci sfugge nella grammatica, sempre più contorta, della vita. Cercare ‘quel qualcosa’ significa appunto cercare un ‘senso’, e dare un ‘senso’ alla vita. E già questa è una transizione, un ‘moto a luogo’, che dà sollievo e riapre il rubinetto ossidato della ‘speranza di gioia’. Aprire e riaprire è esercizio, allenamento. Non è certo sortilegio.

