mercoledì,15 Luglio 2026

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ENORME, STORIE DI RESTANZA E DI TERRITORIO

“L’Irpinia in un bicchiere” questa volta fa tappa nel mondo del vino artigianale. Nella splendida cornice di Palazzo Filangieri di Lapio (Av) il 14 e il 15 giugno 2026 approda la quarta edizione di Enorme – il Piccolo salone del vino artigianale, la manifestazione dedicata alla viticoltura artigianale e alla valorizzazione delle aree interne. Una due giorni densa di appuntamenti, tra masterclass e workshop, che riunisce oltre 50 vignaioli e vignaiole provenienti da diverse regioni d’Italia e una piccola delegazione di produttori europei, accomunati dall’uso di pratiche agricole sostenibili, prive di prodotti chimici di sintesi.

Ma è inutile dilungarsi, chiediamo i particolari direttamente a Roberto Buglione De Filippis, presidente dell’associazione Enorme APS e titolare della Posta di Grottaminarda.

Enorme ha come caratteristica principale quella di essere itinerante. E in questa quarta edizione è Palazzo Filangieri ad accogliere il Piccolo salone del vino artigianale. Abbiamo un ritorno in Irpinia, dopo l’edizione di Grottaminarda e di Gesualdo. Com’è stato tornare nuovamente in terra irpina? E perché questa volta Lapio?

La quarta edizione di Enorme segna un ritorno in Irpinia, anche se il progetto, fin dalla sua nascita, ha sempre guardato alle aree interne dell’Appennino campano come a un unico corpo territoriale. Irpinia e Sannio sono due province spesso marginalizzate, ma che rappresentano oggi una delle espressioni più avanzate della viticoltura in Campania, sia per numero di aziende sia per qualità produttiva. Tornare in Irpinia significa quindi proseguire un percorso naturale, all’interno di territori che condividono storia agricola, paesaggio e pratiche produttive. La scelta di Lapio nasce innanzitutto dal forte legame del paese con il Fiano e con la cultura del vino: parliamo di uno dei centri più importanti della viticoltura irpina, un luogo profondamente identitario da questo punto di vista. Fin dai primi contatti abbiamo trovato grande disponibilità e interesse da parte dell’amministrazione comunale, che ha accolto il progetto con entusiasmo. Un ringraziamento particolare va a Davide Filadoro per il lavoro e l’impegno con cui ha sostenuto la realizzazione di questa edizione. Enorme cerca anche di valorizzare luoghi che custodiscono un importante patrimonio storico e culturale, ma che spesso restano fuori dai circuiti della quotidianità. In questo senso, Palazzo Filangieri rappresenta perfettamente lo spirito del progetto: uno spazio che per due giorni torna a essere attraversato, vissuto e condiviso attraverso il vino, gli incontri e le relazioni. Per questo, tornare in Irpinia non rappresenta semplicemente un ritorno, ma un nuovo passaggio all’interno di un percorso che continua a costruirsi insieme ai territori che attraversiamo.

Enorme 2025_ph. Pasquale Palmieri

Come nasce Enorme?

Enorme nasce dal confronto e dalle riflessioni condivise tra vignaioli, operatori del settore e appassionati di vino, con l’obiettivo di dare vita a uno spazio dedicato alla viticoltura artigianale nelle aree dell’Irpinia e del Sannio. L’idea prende forma dalla consapevolezza che questi territori, pur avendo una forte vocazione vitivinicola e una storia agricola profondamente radicata, fossero privi di un luogo capace di mettere in relazione esperienze, pratiche e visioni diverse. Da questa esigenza nasce Enorme: un salone che vuole essere prima di tutto occasione di incontro e condivisione, capace di unire saperi, conoscenze e percorsi produttivi differenti, mantenendo al centro il rapporto con la terra e con le comunità che la abitano. Più che una semplice manifestazione enologica, Enorme si propone come uno spazio in cui celebrare il territorio, le sue risorse e le persone che ogni giorno contribuiscono a custodirlo e reinterpretarlo attraverso il vino.

 

Nonostante le radici irpine, Enorme ospita vignaioli da tutta Italia e dall’Europa. Qual è il “filo rosso” di questa nuova edizione?

Enorme ha radici profondamente irpine e sannite, ma fin dalla prima edizione si è aperto al dialogo con vignaioli provenienti da tutta Italia e da diversi paesi europei. Il filo rosso che unisce queste realtà è soprattutto un modo condiviso di intendere l’agricoltura e il vino. Ci lega un’idea di viticoltura attenta al territorio, capace di custodire il paesaggio, la biodiversità e i vitigni storici, attraverso pratiche agricole sostenibili e a basso impatto ambientale. È un’agricoltura che considera il vignaiolo non solo produttore, ma anche presidio attivo del territorio che abita. Questo approccio continua poi in cantina, dove il lavoro si orienta verso interventi minimi e processi il più possibile rispettosi della materia prima: fermentazioni spontanee, uso limitato di additivi e grande attenzione ad accompagnare il vino senza modificarne l’identità. Quello che accomuna i produttori presenti a Enorme è quindi un modello produttivo che definiamo artigianale. Un termine che, per noi, non significa improvvisazione o assenza di rigore, ma al contrario un’assunzione di responsabilità molto forte, sia nel lavoro agricolo sia nelle pratiche di cantina. L’obiettivo comune è lasciare che il vino rimanga una materia viva, capace di raccontare il territorio, l’annata e le persone che lo producono, intervenendo il meno possibile ma con la massima attenzione in ogni fase del processo.

 

Cosa definisce davvero un vino artigianale?

Per Enorme, la definizione di vino artigianale nasce prima di tutto da una visione condivisa e da un’assunzione di responsabilità reciproca tra vignaioli e vignaiole. È il principio che guida anche la selezione delle aziende presenti al salone: una linea comune fondata sul rispetto della terra, sull’etica del lavoro agricolo e su pratiche produttive trasparenti. Quando parliamo di vino artigianale, ci riferiamo a vini ottenuti da uve coltivate senza chimica di sintesi, attraverso pratiche agricole a basso impatto ambientale, vicine ai principi del biologico e del biodinamico. In cantina, questo approccio si traduce in interventi minimi: fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, assenza di additivi non necessari, filtrazioni non invasive e un uso molto limitato della solforosa. L’obiettivo non è inseguire un modello estetico preciso, ma ottenere un vino integro, capace di raccontare davvero il territorio, l’annata, il clima e la biodiversità del vigneto da cui proviene. Proprio perché non esiste una certificazione ufficiale, questo mondo si fonda molto sulla fiducia, sulla coerenza e sull’onestà di chi produce. Per noi, però, il punto centrale resta sempre la vigna: un’agricoltura attenta, manuale, rispettosa dei tempi naturali e capace di arrivare in bottiglia mantenendo il minor impatto possibile. In sintesi, un vino artigianale è un vino che nasce da una relazione consapevole tra chi lo produce, la terra che lo ospita e il tempo necessario perché possa esprimersi davvero.

 

Enorme è “una grande festa”, un incontro di idee e una condivisione di intenti. Propone un altro approccio, incentrato sulla convivialità e sulla terra, e dà spazio alle realtà irpine che sposano la stessa filosofia del Salone. Quando si parla di Enorme si parla di viticoltura di resistenza. Cosa significa per voi?

Enorme è certamente una grande festa, un luogo di incontro e di interscambio culturale che si apre anche alla musica, alla gastronomia di qualità e alla valorizzazione di un patrimonio artistico, storico e culturale. Ma è anche uno spazio che parla di agricoltura di resistenza.     Cosa intendiamo per viticoltura di resistenza? Intendiamo il ruolo che oggi possono avere un vignaiolo o una vignaiola quando diventano presidio di un intero territorio, soprattutto in aree interne spesso fragili o marginali. L’agricoltura intensiva e non controllata è stata, negli anni, una delle principali cause di impoverimento e inquinamento dei suoli e delle falde acquifere. Al contrario, chi produce vino artigianale parte da un’idea di agricoltura più consapevole, attenta all’impatto ambientale e alla relazione con la terra. In questo senso, il vignaiolo diventa custode del territorio: si prende cura concretamente di un pezzo di paesaggio, lo attraversa ogni giorno, ne tutela l’equilibrio e la biodiversità. Oggi, in una fase storica segnata profondamente dai cambiamenti climatici, tutto questo assume anche un valore politico e culturale. Significa aprire una riflessione su un ambientalismo concreto, praticato quotidianamente, fatto di scelte reali e di presenza sui territori. È in questa chiave che per noi la viticoltura artigianale diventa una forma di resistenza.

Nel nostro viaggio nel mondo di Enorme, quale centro di un discorso irpino sul vino artigianale, abbiamo avuto modo di conoscere anche il punto di vista delle cantine e la loro esperienza. Tante sono quelle irpine che partecipano all’evento: Angelo Silano di Lapio, Azienda Agricola Garro Antonio di Sant’Andrea di Conza, Di Pietro di Melito Irpino, Casa Brecceto e Cantina Giardino di Ariano Irpino, Il Cancelliere di Montemarano, Il Sole e il Lupo di Lapio e Il Tufiello di Calitri. Con esse abbiamo continuato a parlare di vini naturali e artigianali. Ne abbiamo parlato con Casa Brecceto e Di Pietro.

Irpinia come culla di grandi vini, anche di quello artigianale. Come nasce la vostra idea?

Mario Manganiello, Casa Brecceto:

Casa Brecceto affonda le radici nel progetto Arajani avviato 25 anni fa da Igor, Fortunato e Oto, i soci e amici a cui mi sono unito qualche anno dopo e a cui si è aggiunta infine Maria Teresa. È nato tutto nella dimensione più spontanea e conviviale, facendo tutto da noi, in un momento in cui le produzioni artigianali non erano certo di moda o sotto l’attenzione dei media. La scelta dell’agricoltura pulita e del minimo intervento sono stati naturali e direttamente legati al modo in cui abbiamo sempre inteso il vino: racconto salubre e fedele di una terra. Lavorare in viticoltura in prima persona ti spinge a presidiare il territorio, a capirlo, a proteggerlo. E quindi anche a resistere a certe semplificazioni o scorciatoie. Si cerca di creare bellezza e valore per tutti, mettendoli al sicuro dentro una bottiglia.

Pasquale Di Pietro, Di Pietro:

La nostra più che un’idea è un qualcosa che sì è formata da solo, senza un progetto iniziale né uno scopo finale. Abbiamo semplicemente cominciato a vinificare da un piccolo vigneto di famiglia per curiosità e divertimento. Dopo un po’ di tempo quel qualcosa è diventato reale e concreto fino a chiedere più spazio. Anno dopo anno quelle poche piante, le vinificazioni e il vino ottenuto ci hanno conquistati e affascinati fino al punto di prendere una decisione: “ufficializzare” ciò che era nato per caso e come un gioco.

 

Nei vostri vini c’è il territorio, quello più vero e nudo, quello che non si è fatto “corrompere” dalla chimica. Cosa significa per voi produrre vino artigianale?

Mario Manganiello, Casa Brecceto:

Per noi vuol dire curare direttamente ogni dettaglio di quello che facciamo, dalla vigna alla commercializzazione passando per la cantina, includendo la qualità del lavoro e dei rapporti umani lungo tutto il percorso. A Casa Brecceto c’è la volontà di curare tutti gli aspetti vitali del fare vino, quelli legati al suolo e alle piante, alla stagionalità e al lavoro dell’uomo, allontanando la dimensione industriale dell’agricoltura e della vinificazione. Contemporaneamente non smettiamo di imparare, recuperando e ricercando soluzioni a misura d’uomo e mettendo l’attenzione su elementi spesso sottovalutati dalle produzioni più “seriali” e standardizzate.

Pasquale Di Pietro, Di Pietro:

Lavorare in modo artigianale vuol dire portare in bottiglia un vino che sia il racconto dello stretto connubio natura-uomo. Il racconto di un percorso quotidiano fatto di interazione e rispetto tra tutti gli elementi e le caratteristiche delle diverse annate che, lasciate libere di esprimersi, non saranno mai uguali a loro stesse.

Un grazie caloroso ad Enorme e ai suoi protagonisti per questo “assaggio” fatto di restanza e resistenza.

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