Tra i monti del Partenio e i Picentini, nelle radure e faggete dell’Irpinia, dopo quasi un secolo dalla sua scomparsa, è tornato il capriolo. Ne parliamo con Sabatino Troisi, medico veterinario, esperto di fauna selvatica e collaboratore dell’Istituto Gestione Fauna che insieme alla Regione Campania gestisce, presso la Foresta demaniale Cerreta Cognole, le aree faunistiche del capriolo italico, della lepre italica e del cervo.

Il capriolo è ricomparso recentemente in Irpinia. È una presenza accertata e destinata a permanere nel tempo?
«La scomparsa del capriolo è stata dovuta alla deforestazione tra fine 800 e 900, ma, soprattutto, alla fame provocata dalla seconda guerra mondiale che ha indotto ad una caccia di necessità. L’unica popolazione residua nell’Appennino meridionale era quella di Orsomarso, tra Calabria e Basilicata. In Campania ci sono state le reintroduzioni nei Parchi del Cilento e del Matese che hanno permesso la sua presenza nei Picentini e nel Partenio. Attualmente non c’è un censimento del numero degli individui, ma la presenza è accertata da circa un anno e ciò assicura che la specie è in espansione».
Quale è l’habitat del Capriolo, la sua funzione nell’ecosistema, il suo rapporto con l’uomo?
«Il maschio e la femmina si assomigliano, pesa dai 18 ai 32 chili ed è alto tra i 70 e i 90 centimetri al garrese. È un animale elegante, schivo, molto veloce nella corsa. Può essere cacciato oltre che dai lupi anche da branchi di cani randagi o vaganti. Il capriolo ama un habitat intervallato da foresta e pascolo, predilige anche zone antropizzate dove vi sia un piccolo bosco, zone coltivate e prati, boscaglia, siepi, filari. Il 30% della sua alimentazione è costituito da componenti arboree e arbustive per questo è chiamato giardiniere del bosco in quanto fa una sorta di potatura verde e, mangiando gli arbusti, limita l’avanzare del bosco. Essendo una componente biologica importante per l’alimentazione dei carnivori riduce la pressione del lupo sugli animali domestici. Grazie alla diapausa embrionale l’embrione, fecondato nel periodo estivo, rimane nell’utero e ha uno sviluppo lentissimo con una gestazione vera e propria che dura cinque mesi. A differenza di tutti gli altri ungulati concentra, quindi, tutte le attività di massimo sforzo nel periodo estivo: accoppiamento, parto e allattamento. Come tutti gli animali selvatici non ha una attitudine specifica a provocare danni nelle aree coltivate. Vista la sua alimentazione potrebbe provocare danni ad impianti nuovi di vigneti o frutteti, ma non c’è questa problematica, visto che non c’è nessuna pressione negativa sulle attività agricole attualmente. Per quanto riguarda la caccia, al momento non c’è un pericolo immediato visto che il capriolo è oramai una presenza accertata nei Picentini e sul Partenio. Se c’è pressione venatoria è bracconaggio e non si riscontra nelle aree non protette».

Le recenti ricomparse di animali come la lontra e la diffusione di altre specie indicano il buono stato di conservazione delle aree naturalistiche irpine? Quali prospettive per il turismo naturalistico?
«La rinaturalizzazione sta favorendo la presenza di molteplici specie selvatiche e questo non è detto che sia merito delle aree protette, considerando come vengono gestite. Ci sono molte associazioni di trekking che si occupano di turismo naturalistico, ma vorrei chiudere citando una recente iniziativa: il Progetto BIAP (Biodiversità e Impatto antropico nel Parco del Partenio). Si tratta di un corso, chiuso a dicembre, di 100 ore dove geologi, botanici e faunisti hanno spiegato a 26 bioescursionisti come esplorare il territorio, favorendo la citizen scienze, la capacità dei cittadini di contribuire al monitoraggio dell’ambiente naturale. Il Parco ha aperto uno spazio dove i bioercusionisti nei loro percorsi segnalano la presenza di specie animali e vegetali. Siamo a oltre mille segnalazioni al momento!».

